In memoria di un eroe

di Francesco Pietrobelli

 

Ormai obliato, Mazzini è stato e continua ad essere, a 145 anni dalla morte, uno degli esempi più fulgidi di cosa vuole dire vivere con dignità.

 

 

È facile creare delle ricorrenze per ricordare qualcosa. Scegliere per esse un evento di valore, invece, un po' meno

 

Un giorno del 1821, per le vie di Genova, un giovane ragazzo con la madre e il padre fu fermato da un uomo di sembianze severe ed energiche, bruno, barbuto e con un guardo scintillante, che mostrò fra le mani un fazzoletto bianco spiegato e disse solo tre parole: pei proscritti d’Italia.

 

Quell’uomo, come scoprì più avanti il ragazzo, era un certo Rini, capitano di quella Guardia Nazionale fondatasi di fronte al moto piemontese del 1821. Uno dei tanti uomini che avevano lottato per qualcosa ed erano stati traditi dalle aspettative, molti dei quali si preparavano a salpare, pronti a raggiungere la Spagna e continuare là la lotta per i propri valori.
Era un giorno qualunque, che d’un tratto s’intrise di un significato unico: “Quel giorno fu il primo in cui s’affacciasse confusamente all’anima mia, non dirò un pensiero di Patria e di Libertà, ma un pensiero che si
poteva e quindi si doveva lottare per la libertà della Patria”.

 

Quel ragazzino, colui che pensò questo, era Mazzini. Aveva solo sedici anni, eppure ciò che afferrò la sua mente, non lasciandola più, non era il pensiero del divertimento, neppure quello di vivere da solo o trovarsi moglie, bensì quello di ridare alla propria patria la libertà. Sopra qualsiasi cosa aleggiava il desiderio di compiere il bene comune.

 

Fino alla sua morte, avvenuta il 10 marzo 1872, Mazzini tentò con tutti i mezzi di apportare il suo aiuto alla causa in cui credeva. Dapprima nella Carboneria, poi creando un movimento proprio, egli si mostrò essere fra gli uomini risorgimentali più attivi politicamente, senza paura di affrontare l’ordine pubblico se era necessario – fu incarcerato ben due volte in Italia e costretto a vivere buona parte dei propri anni in esilio, ricercato poi da metà Europa. Si fece coordinatore in prima persona di moti risorgimentali in tutta la penisola, per sei mesi mise il proprio nome fra i triumviri a guida della Repubblica Romana – espressione di una costituzione estremamente progredita e democratica per il tempo –, non fermando la propria attività politica neppure se lontano dalla propria terra, anzi portando i propri valori anche da chi lo ospitava, con la scuola mazziniana per i figli degli operai italiani a Londra che ne è il più fulgido esempio.

 

Accompagnando tutto questo interminabile movimento con una attività di scrittura ed educatrice infaticabile: fondatore della Giovine Italia e della Giovine Europa, Mazzini ha sviluppato su carta così tanti pensieri, che ancora oggi non si è conclusa la pubblicazione della sua opera omnia, che già abbondantemente supera i cento volumi.

 

In tutto questo travaglio Mazzini vide alcuni suoi amici più cari abbandonarlo, volenterosi di una vita sicura; mentre altri li perse in battaglia; non ebbe mai occasione di trovare la donna della sua vita e crescere una famiglia, negandosi così quegli affetti tanto desiderati; vide morire sua madre, la donna a cui era estremamente legato; infine, fu costretto a passare buona parte della propria vita lontano dalla sua terra amata. E tutto questo per quale risultato?
Di vedere sì l’unità territoriale italiana, ma non quella morale da lui tanto auspicata. Tanti sacrifici fatti per ritrovarsi, fisicamente e mentalmente esausto alla fine degli anni, un’Italia monarchica che lo disprezzò come fuorilegge.

 

 

In fin dei conti, sembra che Mazzini, nella sua vita, abbia fallito. Tuttavia, si può star sicuri – e basta leggere anche solo una pagina qualsiasi dei suoi scritti – che, se avesse avuto occasione di tornare indietro nel tempo, tutta questa fatica la avrebbe rifatta volentieri.

 

Ciò che ha reso uno dei padri del Risorgimento così convinto del proprio agire, non è certo la ricchezza o la fama dei posteri. Il vero motore della sua vita – ciò che il mondo postmoderno da tempo ha obliato – erano i valori in cui egli credeva. Quei valori eterni dell’umanità – la libertà, l’autodeterminazione del popolo nel ricercare e perseguire il Bene – per i quali fin da giovane egli lottava.

 

Sapeva bene che quel che faceva non era facile e, rispetto a molti altri, avrebbe avuto tantissimi motivi per abbandonare la lotta, eppure non lo fece. Perché sapeva che ciò che rende una vita realmente degna di essere vissuta, non è l’agiatezza di un lavoro stabile e tranquillo, ma l’impegnarsi nel capire la verità assieme agli altri – l’educazione – e mettere in pratica i valori compresi nel mondo. Consapevoli che tutti i successi ottenuti potrebbero esser dimenticati, persi nell’oblio, ma che almeno la propria vita è stata degna di esser chiamata così.

 

E invece oggi le cose come stanno? Come sono educati i futuri cittadini?
Vediamo uscire dalle tanto vantate scuole tecniche giovani senza cultura, senza ideale e senza aspirazione se non al godimento materiale. I governi d’oggi hanno trovato quell’antico sistema ‘assurdo’; e coll’indebolire l’educazione classica cercano forse di spegnere scientemente le velleità di libertà di progresso?”
Ecco un quadro lucido di com’è l’educazione – ergo la società – oggi. Si pensa solo a produrre e godere di un po' di benessere superficiale, senza riflettere, cercare un ideale più alto del dormire, mangiare e “cazzeggiare”. E la cosa sorprendente è che quella frase 
– sunto lucidissimo del pensiero di Mazzini – la pronunciò Jessie W. Mario, morta a Firenze nel 1906. Sì, quell’invettiva era rivolta ai giovani depravati di fine Ottocento, ma a quanto pare quel problema non ha fatto che degenerare. (Per avere uno sguardo su quanto i problemi degli ultimi due secoli siano fra loro tanto vicini si veda Gli strani casi del Dr. Darwin e di Mr. Marx)

 

Se non si vuole continuare in questa direzione, immergendosi sempre più nella demenza postmoderna, forse bisognerebbe farsi due domande. Anzi, pure questo è troppo poco per la situazione. Come direbbe Mazzini, non basta dispiacersi del brutto periodo, ma si può e quindi di deve dare anima e corpo per cambiare ciò che non va.

 

È quello che gente come il gruppo AM tenta di fare ormai da anni, alla ricerca di persone volenterose di dialogare per trovare assieme la verità e lottare per affermare in società ciò che ha valore. (In altri termini, come chiaramente esplicita il professor Gabriele Zuppa in Platone democratico, per portare a compimento la vera democrazia, ben diversa dalle degenerazioni attuali).

 

Senza nascondere le difficoltà, ma con la forza dell’augurio mazziniano: “s'approssimano tempi tristi. Camminiamo sotto l'uragano, ma al di là sta il sole che brilla eternamente”.

 

Mazzini è stato un uomo che, come tutti, ha fatto i suoi errori. Certamente avrebbe potuto compiere certe scelte meglio di quanto non fece. Dopotutto, la ricerca della verità non è mai conclusa e per questo sempre aperta all’errore. Ma ciò non cambia il fatto che, a differenza di quasi tutto il mondo contemporaneo, lui questa ricerca non la ha mai abbandonata, come non ha mai trascurato i valori per cui era pronto a sacrificarsi.
Se si vuole porre attenzione a qualcosa il 10 marzo, si ricordi chi decise di sacrificare gli agi del corpo per far risplendere uno spirito i cui valori parlano ancora oggi.

 

 10/03/2017